Il sole è sorto già da un paio d’ore, ma a Biacesa, nel parcheggio per la via ferrata Fausto Susatti, fa ancora freddo. Massimo, la guida alpina che condurrà l’escursione sul monte Sperone, spiega al gruppo come usare i moschettoni. I partecipanti sembrano un po’ nervosi, mentre agganciano i caschetti agli zaini e controllano che le fettucce degli imbraghi siano ben tirate. Poi tutti partono, seguiti dalla troupe cinematografica, e l’incertezza passo dopo passo diminuisce.

È l’inizio di un film? Per certi versi è proprio così: il gruppo di arrampicatori principianti è il soggetto di un documentario prodotto dal regista Pietro Bagnara e dalla sua squadra. Ma la risposta è anche no, perché cinque ospiti della comunità terapeutica Casa di Giano, tre operatori e tre volontarie hanno arrampicato per davvero. Hanno raggiunto Cima Capi, hanno scalato sulla falesia Belvedere di Nago, sulla parete di Pezol a Bolognano e in Val di Cembra, sui grandi massi rotolati qualche millennio fa sulle sponde del torrente Avisio.

Come è iniziata questa storia? Partiamo dall’inizio.

A Casa di Giano si arrampica

Tutto comincia nel 2019, con una gita estiva ai Laghi di Lamar. Dopo aver sperimentato il nordic walking sotto la guida di Bice Bones, scialpinista professionista, alcuni ospiti della comunità provano ad arrampicare su una piccola falesia. L’entusiasmo è generale. Tornati in comunità, gli operatori guardano con occhi nuovi il grande masso calcareo che troneggia sulle vigne: è un boulder, una palestra di roccia naturale.

Due anni dopo Massimo Faletti, arrampicatore e istruttore con la passione per le nuove vie, viene incaricato di mettere in sicurezza il masso, pulendolo e chiodandolo. Casa di Giano acquista imbraghi, corde e caschetti: il primo corso di arrampicata può partire. Il programma proposto da Massimo è ambizioso, perché prevede cinque incontri intensivi in cui sperimentare tecniche e contesti naturali diversi. Si inizia nella campagna di Giano, facendo bouldering ed esercitando l’equilibrio sulla slackline tra gli olivi; qualche giorno dopo si passa alla scalata in falesia a Nago, con vista sul Lago di Garda; sul monte Sperone si impara ad affrontare una ferrata; a Bolognano si scala su vie a più tiri, le cosiddette multipitch; in Val di Cembra, infine, si torna a confrontarsi con il boulder. Marco, Simone, Enrico, Ghazi e Philipe decidono di iscriversi al corso. Presto si aggiungono Christina, Giulia e Viola. Poi Pietro Bagnara, film-maker ligure specializzato nel racconto della montagna e degli sport estremi, contatta il Centro Trentino di Solidarietà con una proposta inaspettata. Il corso di arrampicata potrebbe diventare il soggetto di un documentario sul legame tra montagna, inclusione e diversità. Così è stato.

Vertigini ad alta quota

Chi abusa di alcol, cocaina o eroina cerca l’adrenalina, lo sballo che per qualche momento fa dimenticare l’ansia, la tristezza e la disperazione. Stare appesi a una falesia, con sotto il vuoto e sopra il cielo, a volte non è molto diverso. La scienza ha già dimostrato l’esistenza del “runner high”, lo sballo del corridore, e forse in futuro anche l’ebbrezza dell’arrampicata verrà spiegata in termini neurologici. Ma non tutti i tipi di sballo sono uguali. «Quando sei fatto stai bene, ti diverti, ma ti godi il momento solo finché dura l’effetto della sostanza», racconta Ghazi. «Quando fai le cose da sano, invece, il piacere è doppio, perché dopo te le ricordi. Quel piacere ti appartiene davvero». Gli altri ospiti della comunità sono d’accordo: c’è qualcosa che unisce il consumo di stupefacenti agli sport estremi, ma ci sono anche tante differenze. «Quando arrampico mi sento libero», dice Simone. Le droghe, invece, restano sempre catene, per quanto seducenti.

Passi piccoli e tanti

Durante il corso Massimo lo ripete spesso: «Non correte per arrivare subito in alto, cercate appoggi sicuri. Passi piccoli e tanti». La scalata sulla parete di roccia è molto simile al percorso da fare in comunità. I programmi di riabilitazione hanno una durata minima di sei mesi, ma è frequente che gli ospiti decidano di estenderli a un anno o un anno e mezzo. Un tempo lunghissimo, soprattutto se confrontato con i ritmi frenetici del “mondo di fuori”, per affrontare il quale servono pazienza, determinazione e costanza. La paura di non farcela, infatti, è un pensiero insidioso e sempre in agguato. Per tenerlo lontano non serve rincorrere il successo terapeutico immediato: meglio procedere con lentezza. Niente passi più lunghi della gamba, insomma, né in comunità né sulla roccia. «Sulla parete di Pezol ho capito che non sarei stata in grado di proseguire», racconta Christina. «Mi sono fermata e ho chiesto a Giulia, la mia compagna di scalata, di tornare sui nostri passi. Anche lei, accettando la mia decisione, quel giorno ha dovuto rinunciare alla vetta. Ma è stata la scelta più saggia». L’arrampicatore vero è quello che sa quando è ora di fermarsi.

Il masso è maestro

Spesso chi pratica il bouldering non lo considera uno sport, ma uno stile di vita. Emily, una delle operatrici di Casa di Giano, è in piedi di fronte al masso. Lo osserva, lo studia, pensa ai movimenti giusti per superare la parete. Pochi metri di roccia, a poche spanne da terra, fatti di passaggi singoli e difficili. Tra lei e il masso è in corso una sfida, ma per uscirne vittoriosa Emily ha bisogno di un’alleanza. «Il masso è maestro», l’avverte Massimo. «Impara da lui». Il boulder, in effetti, corregge l’arrampicatore. Se la presa non è buona, la salita è sbarrata, per cui ogni sbaglio diventa un insegnamento, un invito a rimeditare il movimento e a rivalutare la propria forza e le proprie possibilità. Il masso diventa così uno specchio. Studiando i movimenti, cercando con lo sguardo gli appigli e gli appoggi, gli ospiti della comunità iniziano a studiare sé stessi. Philipe, che è alto quasi due metri, “risolve il problema” in soli quattro movimenti; per Ghazi invece, che è forte e pesante, la via più corta è anche quella più difficile, e solo dopo molti tentativi riesca a trovare la sequenza corretta.

Presente e futuro

«Credevo che l’arrampicata non facesse per me. Durante il corso qualche volta ho avuto paura, ma sono stato bene. Sarebbe bello continuare». Marco non è l’unico a pensare al futuro: anche Enrico, una volta concluso il percorso in comunità, vuole iscriversi in una palestra di arrampicata. Philipe dice che tornerà a fare ferrate; Simone, che prima di infortunarsi gravemente al braccio sinistro era uno stimato sportivo, ha capito di essere ancora in grado di scalare.

A quattro, dieci, venti o mille metri d’altezza gli ospiti di Casa di Giano sono stati felici. Sono stati insieme. Hanno imparato a fidarsi l’uno dell’altro, facendo sicura, parando il compagno e controllando a vicenda imbrago e nodo di legatura. Ora che il corso di arrampicata è concluso nelle loro parole la nostalgia è tangibile. Ma basta uno sguardo al paesaggio di Giano, fatto di falesie, massi erratici e sentieri, per tornare a sorridere. Una nuova via è stata aperta.

 

 

 

Viola Ducati

Viola è volontaria del Servizio Civile Universale.

Ha 25 anni, una laurea magistrale in filosofia e molta voglia di darsi da fare.

Le piacciono i boschi, le albe, gli incontri inaspettati.

 

 

 

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