Mani nella terra, grembiuli annodati in cucina, storie condivise in cerchio. Non è la sceneggiatura di un documentario sociale, ma la giornata che quaranta studenti e studentesse del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento hanno vissuto nella comunità terapeutica Casa di Giano, nella Valle dei Laghi. Un’esperienza che ha chiuso il seminario Azioni per l’In‑dipendenza, trasformando la teoria in pratica, e la sociologia in un incontro reale con le fragilità.
Una giornata che non somiglia a una lezione
A Casa di Giano, il 29 maggio, gli studenti non hanno trovato un’aula, ma un mondo vivo: persone in cura, operatori, attività quotidiane, ritmi lenti e faticosi, e soprattutto storie.
Divisi in piccoli gruppi, hanno partecipato a ciò che la comunità fa ogni giorno:
- orto e giardinaggio, tra zappe, vasi e erbacce;
- cucina, dove il pranzo è un lavoro collettivo;
- lavanderia, il luogo silenzioso dove si impara la cura;
- cura degli animali, un compito affidato a chi sta ricostruendo fiducia e responsabilità;
- un gruppo terapeutico sulle etichette, per smontare lo stigma e riconoscere come ciascuno di noi porta addosso un nome che non ha scelto.
È qui che la sociologia smette di essere un concetto astratto e diventa un gesto, un ascolto, una presenza.

Il momento in cui le distanze si sciolgono
Il pomeriggio è stato il cuore pulsante della giornata. Studenti, operatori e ospiti si sono seduti in cerchio per un confronto aperto. Le domande, preparate con cura per non essere invadenti, hanno aperto varchi inattesi. Poi è accaduto qualcosa che nessuno aveva previsto: per abbattere l’asimmetria tra “chi cura” e “chi è curato”, gli studenti sono stati invitati a condividere un proprio momento di fragilità.
Il cerchio si è trasformato in un luogo di verità: rotture familiari, paure, solitudini, fallimenti. Le storie degli studenti si sono intrecciate con quelle degli ospiti, mostrando che la fragilità non è un confine tra “noi” e “loro”, ma un terreno comune.
È in quel momento che la sociologia ha fatto ciò che promette: ha reso visibile l’invisibile, ha mostrato che le dipendenze non sono un abisso lontano, ma un’esperienza che nasce da ferite condivise.
Oltre la sostanza: la complessità del prendersi cura
Il seminario ha insistito su un punto fondamentale: parlare di dipendenze significa adottare uno sguardo multidisciplinare. Non basta il danno organico; servono competenze psicologiche, sociali, educative, relazionali. È il modello dei Ser.D., dove l’équipe è un mosaico di professionalità che lavorano insieme.
Eppure il dibattito pubblico resta povero: le dipendenze vengono raccontate come cronaca nera, non come fenomeno sociale complesso. Le comunità terapeutiche sono viste come costi, non come investimenti che evitano costi ben più alti: vite spezzate, famiglie in crisi, territori feriti.
Cosa resta agli studenti
Per molti dei partecipanti, questa giornata sarà un punto di svolta. Chi lavorerà nei servizi sociali, nei Ser.D. o nelle comunità terapeutiche porterà con sé non solo concetti, ma esperienze incarnate:
- la consapevolezza che la fragilità è universale;
- la capacità di ascoltare senza giudicare;
- la comprensione che la cura è un lavoro di équipe;
- la certezza che la sociologia, quando incontra la vita, cambia chi la pratica.
Il seminario Azioni per l’In‑dipendenza, coordinato dalla dott. ssa Annamaria Perino e condotto da Antonio Simula, non ha insegnato solo a “capire” le dipendenze, ma a stare accanto a chi le attraversa. E forse è proprio questo il compito più alto della sociologia: non spiegare il mondo da lontano, ma entrarci dentro con rispetto, responsabilità e umanità.
