Condividere esperienze formative di sensibilizzazione con i giovani mi conduce a confermare con tristezza le analisi sociologiche sul fenomeno delle dipendenze. In una società sempre più focalizzata sull’apparenza piuttosto che sull’essenza, l’uso di alcol tra i giovani diventa un simbolo di conformità e strumento di aggregazione sociale. Bere non rappresenta soltanto una moda passeggera, ma un rituale che contribuisce a definire un’identità personale fondata sulla percezione degli altri. Attraverso il consumo di alcol, molti giovani cercano di integrarsi in un gruppo, sentirsi parte di qualcosa di più grande e allontanare la paura di essere invisibili o marginalizzati.

I numeri sono preoccupanti: quasi il 20% dei ragazzi e delle ragazze tra gli 11 e i 17 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’ultimo anno. Tra i giovani, birra e superalcolici sono le bevande preferite, mentre le ragazze optano spesso per aperitivi alcolici, apprezzati per il loro sapore dolce. Ancora più allarmante è l’età del primo contatto con l’alcol, che si aggira intorno ai 12-13 anni, una fase critica dello sviluppo neurologico. In questo periodo, infatti, la corteccia prefrontale, deputata al controllo degli impulsi e alla valutazione delle conseguenze, non è ancora pienamente sviluppata, influenzando negativamente la capacità di prendere decisioni consapevoli.

Chiedere ai giovani, dunque, di “bere responsabilmente” è un messaggio che non tiene conto della loro realtà neurobiologica. Per questo motivo, l’approccio più efficace per i minori di 21 anni risulta essere quello della “tolleranza zero”, come raccomandato dall’Unione Europea. Questa misura non è da considerarsi repressiva, ma come un investimento concreto nella salute fisica e mentale dei giovani. Questo deve essere, comunque, accompagnato da un’educazione coerente e capillare, che sottolinei i rischi del consumo precoce e offra alternative sane per socializzare.

È urgente adottare sempre più un coraggioso cambio di prospettiva: non ci si può limitare a intervenire quando i problemi sono ormai evidenti ma impegnarsi a prevenirne l’insorgenza. Questo richiede la creazione di ambienti capaci di supportare, accogliere e offrire alternative positive.

La prevenzione non deve limitarsi a evitare i danni causati dall’alcol: deve rappresentare un’opportunità per creare un ambiente che accolga i giovani, fornendo loro sostegno e alternative concrete.

È necessario allora investire in un’educazione che superi i confini dell’insegnamento tradizionale, capace di essere prossimità e vicinanza, e che valorizzi le relazioni umane come pilastri fondamentali.

La scuola, insieme allo sport, alle associazioni giovanili ed alla comunità devono unire le forze per offrire ai ragazzi strumenti positivi che li aiutino a crescere in modo equilibrato e consapevole. Lo sport, in particolare, è una risorsa di grande valore. Attraverso le attività sportive, i giovani possono sviluppare un senso di appartenenza e costruire un’identità sociale positiva, alternativa al consumo e alla devianza. Solo attraverso esperienze inclusive e significative possiamo assicurare ai ragazzi un percorso di crescita sereno e ben strutturato.

Un sistema realmente efficace si basa sulla capacità di individuare il malessere nelle sue fasi iniziali, creando spazi e strumenti che permettano ai ragazzi di esprimersi, sentirsi accolti e supportati.

La risposta al disagio giovanile non può limitarsi a interventi emergenziali, ma richiede un approccio strutturale. È essenziale investire in percorsi educativi solidi, continuativi e accessibili, che accompagnino i giovani ben prima che si trovino ad affrontare situazioni di rischio. In questo contesto, lo sport, il gioco di squadra e la possibilità di costruire un’identità sociale positiva, come alternativa al consumo e alla devianza, rappresentano strumenti di grande valore. Iniziative “timide” non sono sufficienti; servono esperienze significative, inclusive e coinvolgenti, che facciano sentire i giovani parte di qualcosa che li valorizzi, che li faccia sentire protagonisti e senza sentirsi giudicati.

Antonio Simula

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