C’è un filo che attraversa le comunità terapeutiche, i servizi socio‑sanitari, la sanità territoriale e tutti i luoghi in cui la fragilità trova ascolto. È il filo del lavoro di cura: ciò che tiene insieme le nostre comunità, impedisce alla vulnerabilità di diventare abbandono e prova a trasformare la sofferenza in possibilità.
Oggi quel filo si sta assottigliando.
Nel cuore delle comunità terapeutiche – il mio osservatorio privilegiato – si consuma una crisi silenziosa. Educatori, psicologi, operatori sociali e infermieri, figure indispensabili per accompagnare percorsi di rinascita, stanno diventando sempre più rari. Quasi eroici. E quando l’eroismo diventa necessario per garantire un servizio essenziale, non è più una virtù: è un sintomo.
Secondo la Federazione Italiana Comunità Terapeutiche, negli ultimi anni il numero degli operatori è diminuito in media del 20%, con punte ancora più gravi in alcune regioni. In Trentino la situazione è particolarmente evidente. Questa carenza rivela un sistema che non riesce più ad attrarre, formare e trattenere chi dedica il proprio lavoro alla dignità degli altri. È come se la società avesse smarrito la capacità di riconoscere il valore di chi si prende cura della fragilità.
Una dinamica analoga attraversa la sanità territoriale: medici di base sempre più rari, reparti che resistono grazie alla buona volontà dei singoli, una continuità assistenziale che si fa ogni giorno più fragile. Non è un problema circoscritto, ma il segno di un indebolimento complessivo della capacità di cura del Paese.
È un lavoro ad altissima complessità emotiva e relazionale, ma spesso sottopagato, segnato da contratti precari, stipendi bassi e prospettive di crescita quasi inesistenti. Il paradosso è evidente: si pretende dedizione totale, ma si offre insicurezza.
La cura, oggi, è un bene comune con custodi sempre più rari. E quando un bene comune resta senza cura, si deteriora lentamente, come una casa senza manutenzione. Nelle comunità questo significa meno ascolto, meno continuità, meno relazioni significative. Negli ospedali significa turni estenuanti. Significa, soprattutto, che la fragilità delle persone rischia di restare senza risposta.
Il burnout, in questo contesto, non è un’eccezione ma una conseguenza. Non è semplice stanchezza: è un vuoto che erode il senso del proprio lavoro. È anche da qui che nasce e si diffonde il fenomeno del quiet quitting: non pigrizia, ma difesa. Autodifesa. Il limite oltre il quale non si riesce più a dare perché non si è più nutriti.
A tutto questo si aggiunge un altro fenomeno: la talent scarcity, la carenza strutturale di professionisti qualificati. La formazione non tiene il passo, e il lavoro di cura non appare attrattivo alle nuove generazioni, che non vi vedono un futuro sostenibile. Così i servizi si svuotano. E quando i servizi si indeboliscono, anche la comunità perde consistenza.
Ogni volta che un operatore lascia una comunità terapeutica o un infermiere si dimette perché non ce la fa più, perdiamo un pezzo di società.
È in questo contesto che il Trentino prova a rispondere con una riforma profonda: la nascita di ASUIT, l’Azienda sanitaria universitaria integrata di Trento, che subentra ad APSS. Un modello nuovo per la provincia, che punta a unire assistenza, formazione e ricerca in un’unica struttura. L’obiettivo è chiaro: rendere la sanità trentina più attrattiva, più moderna, più capace di trattenere professionisti.
La nascita di Asuit è un passo importante. E allora la domanda resta lì, ostinata: chi si prende cura della cura? Perché da questa risposta dipende non solo il futuro dei servizi, ma la qualità stessa della nostra convivenza.
E oggi più che mai, il Trentino è chiamato a scegliere se la cura è un costo da contenere o un investimento da proteggere.
Rimettere al centro la cura significa restituire futuro alle persone e alle comunità. Significa decidere che tipo di società vogliamo essere: una che lascia indietro la fragilità o una che la riconosce come parte della propria umanità condivisa. Servono investimenti, contratti dignitosi, percorsi di crescita e formazione continua. Ma serve soprattutto una rivoluzione culturale: riconoscere che il lavoro di cura non è marginale. È il cuore di una società che vuole restare umana.
Se vogliamo una società che resti umana, dobbiamo cominciare da qui. Dalla cura della cura.
Adesso.
Antonio Simula
