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Casa Lamar. Ventidue anni di solidarietà

 Ventidue anni sono trascorsi da quando casa Lamar è stata aperta a Trento per ospitare uomini e donne con problemi di HIV e AIDS. Era il 1994 quando la diffusione del virus era ancora agli inizi e tante persone, le più povere e più sole, morivano per strada o abbandonate in un letto di ospedale. Ne è passata di acqua sotto i ponti e tanta è stata l’evoluzione del fenomeno dell’AIDS. Oggi la casa alloggio ospita 9 persone di cui 6 uomini e 3 donne. Persone che entrano in casa un po’ smarriti e che solo con l’accoglienza e l’apertura riescono a superare la paura.

All’ingresso di questa casa sventola come una bandiera il sorriso degli operatori che con cura si dedicano a loro. Parole e gesti sono dentro questa casa importanti come le medicine facendone un luogo di accoglienza calorosa, che cerca di restituire dignità e senso a percorsi di vita particolarmente fragili, partendo dalla ricostruzione di relazioni e legami significativi. Un luogo in cui si sperimenta quotidianamente il sapore amaro del fallimento: “i fallimenti che per tua natura normalmente attirerai”. Un luogo in cui si incontra autenticamente la povertà, la vulnerabilità degli ospiti e quella degli operatori. 

In un’età senza casa, a cielo aperto, senza un tetto sulla testa, senza protezione, questa casa non è una semplice struttura ma una vera e propria casa, abitata e non solo attraversata dagli ospiti, operatori e volontari che si contaminano e si interrogano a vicenda attraverso la narrazione delle proprie esperienze. Esperienze che testimoniano la nostra vulnerabilità e il nostro bisogno di solidarietà e mutualità.

Dopo tutti questi anni potremmo definirci “esperti di fragilità”. Fragilità nostra, come persone, come operatori e fragilità di chi viene a chiedere una mano per convivere con una malattia ormai diventata cronica ma sempre stigmatizzata. In questa casa si sperimenta la bellezza dell’incontro. L’incontro tra fragilità, perché non abbiamo casi da analizzare, ma persone cui metterci a fianco. Proprio in questo metterci a fianco abbiamo assaporato il gusto dell’accoglienza. Un’accoglienza creativa perché fatta di gesti che modificano l’esistente generando bellezza. Quell’accoglienza che fa spazio al cuore dell’altro, ai suoi angoli bui, alle sue facce più fastidiose e difficili da guardare.

Ospitare nella nostra comunità in un tempo critico come quello attuale, un tempo di mobilità, si rischia di essere paralizzati e nello stesso tempo paralizzanti. Si è continuamente chiamati a ri-descriverci e ri-leggere ciò che si fa, perché tutte le istituzioni, si sa, sono costruite a fin di bene e hanno fatto anche del bene finché hanno risposto a dei bisogni ben precisi in quel contesto storico. Allora è fondamentale leggersi continuamente. Leggere continuamente cosa si dà nella nostra comunità, in questo nostro modo di abitare le storie di vita che passano all’interno e le trame di vita che passano attorno.

Questa casa non può essere solo un rifugio. Non può essere solo un passaggio.

Si è chiamati continuamente ad affrontare nuove sfide e nuove pressioni, riuscendo sempre a mettere al centro la persona, senza correre il rischio di clinicizzare perché è necessario andare oltre le classificazioni diagnostiche.

In un periodo dove siamo più o meno tutti attendati, vulnerabili e senza protezioni, la casa non rinuncia ad interagire con la comunità territoriale e a provocarle e farsi provocare anche da un punto di vista culturale. Allora, in questo periodo di vulnerabilità siamo chiamati a costruire alleanze altrimenti c’è il rischio di costruire un luogo di solidarietà perimetrata. Un luogo dal quale si avrà paura ad uscire se l’obiettivo è solo quello di costruire luoghi dove per un certo periodo le persone riescono a reggere ma senza tendere ad un progetto futuro. È un faticoso percorso ad ostacoli in cui si costruiscono e sostengono progetti di reinserimento sociale ed abitativo misurandone sempre il passo sulle fragilità con il solo obiettivo di non perdere nessuno nel cammino.

In questi anni ci si è aperti al territorio e si è voluto dare voce alle persone costrette al silenzio e all’invisibilità sociale e, a volte, anche familiare ed amicale, procedendo contro lo stigma e il pregiudizio che spesso generano ghetti ed esclusioni.

Non pensiamo di fare miracoli ma pensiamo a quello che si fa e vediamo in quello che si fa qualche elemento di potenzialità, di legame, di interconnessione con gli altri.

Casa Lamar è un luogo di ospitalità a tutto tondo perché non ospita solo i suoi ospiti ma anche quelli della Circoscrizione, delle Associazioni del territorio, le Cooperative del territorio, le Società sportive, gli studenti delle scuole, i volontari internazionali. Sì perché vuole essere un luogo di ospitalità. Nel farlo è certo che ci si espone. E le persone che ospitiamo si sentono nello stesso tempo accolte e ospitate e anche un po’ esposte. Esposte perché devono sentirsi richiamate ad un gioco attivo che rompe la barriera del pregiudizio nei confronti di una malattia come l’HIV così difficile da accettare e con il rischio di alimentare una malattia sempre più grave e diffusa: la cecità volontaria di chi non vuole vedere. Non vuole vedere che l’HIV non è una questione di categoria, tossicodipendenti, omosessuali, ma di una scelta.

Una malattia sempre più vicino ad ognuno di noi.

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